13 Ago LA RUSSIA NON STA CROLLANDO. MA RESISTERE LE COSTA SEMPRE DI PIÙ – Articolo di Giacomo Prandelli
Articolo di Giacomo Prandelli
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Introduzione di Maurizio Mazziero
Il paradosso di un grande produttore di petrolio che si trova costretto a importare carburante
Per il momento funziona, ma a un costo sempre più elevato; quanto potrà durare?
Qui l’interessante articolo di Giacomo Prandelli.
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“Il nerbo della guerra è il denaro.”
MARCO TULLIO CICERONEMerchants,
La Russia sta importando benzina da un Paese che, a sua volta, compra petrolio russo. Mosca estrae il greggio, ne vende una parte all’India, le raffinerie indiane lo trasformano in carburante e una quota di quel prodotto finito può poi percorrere migliaia di chilometri per tornare nei porti russi.
Per uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo è un paradosso notevole. Eppure è anche uno dei modi più efficaci per capire cosa sta succedendo all’economia russa: non è crollata, ma per continuare a funzionare ha bisogno di più denaro pubblico, più risorse interne e di un numero sempre più ristretto di partner esterni.
È una tenuta a caro prezzo.
1. LA RUSSIA NON È CROLLATA. HA TRASFORMATO LA GUERRA IN UN MOTORE ECONOMICO.
Il dibattito viene spesso ridotto a un’alternativa troppo semplice: se le sanzioni funzionano, la Russia dovrebbe crollare; se continua a crescere, allora le sanzioni non sono servite. La realtà è più complessa. Mosca si è adattata molto meglio di quanto molti prevedessero e, secondo la stima del FMI citata nella fonte, il PIL dovrebbe crescere ancora di circa l’1,1% nel 2026. Il punto, però, è capire da dove arriva quella crescita.
Nel 2025 la spesa militare ha raggiunto circa 16.000 miliardi di rubli, pari a circa il 7,5% del PIL. Quella massa di denaro tiene aperte le fabbriche, sostiene l’occupazione e spinge i salari. Ma ogni operaio, ingegnere e rublo assorbito dalla difesa viene sottratto ad altri settori dell’economia.
La Russia partiva già da una situazione demografica difficile. Emigrazione, mobilitazione, perdite al fronte e nuove assunzioni nell’industria militare hanno reso il lavoro ancora più scarso. I salari sono aumentati, ma insieme a loro sono rimaste alte le pressioni sui prezzi, costringendo la banca centrale a tenere i tassi su livelli eccezionalmente restrittivi.
Dopo aver toccato il 21%, il tasso di riferimento era ancora al 14% nel luglio 2026. Per un’impresa che vive di commesse statali è un problema gestibile. Per un’azienda civile significa invece finanziare nuovi investimenti a costi altissimi, mentre deve già competere con lo Stato per lavoratori e capitale.
La Russia continua quindi a crescere, ma una parte sempre maggiore di quella crescita dipende dallo Stato e dalla guerra. Il settore civile, invece, ne assorbe una quota crescente dei costi.
2. PUTIN HA ANCORA SPAZIO PER SPENDERE. MA IL CAPITALE VIENE SOTTRATTO AL RESTO DEL PAESE.
Uno dei grandi vantaggi di Mosca è essere entrata in guerra con un debito pubblico relativamente basso. Questo ha lasciato al Cremlino un margine fiscale che molti governi occidentali non avrebbero avuto e permette ancora oggi di finanziare deficit consistenti senza trasformarli subito in una crisi del debito.
Nei primi sei mesi del 2026 il deficit federale ha raggiunto circa 5.730 miliardi di rubli, pari al 2,5% del PIL, superando già la previsione aggiornata per l’intero anno riportata nella fonte.
La parte più interessante, però, è capire chi compra quel debito. Intorno al 2020 gli investitori stranieri possedevano circa un terzo dei titoli di Stato russi. Nel luglio 2026 la loro quota era scesa a circa il 3%. In pratica, Mosca è meno vulnerabile a una fuga di capitali esteri perché gran parte di quei capitali se n’è già andata.
Il rovescio della medaglia è che la Russia deve finanziare sempre più se stessa. Banche, risparmiatori e istituzioni domestiche assorbono una quota crescente del fabbisogno pubblico, proprio mentre anche l’industria della difesa chiede risorse.
Il risultato non è un crollo improvviso. È qualcosa di più lento: sempre più capitale viene assorbito dallo Stato e sempre meno rimane disponibile per imprese, investimenti e crescita civile.
3. IL PETROLIO HA TENUTO IN PIEDI PUTIN. MA HA RESO MOSCA PIÙ DIPENDENTE DA POCHI COMPRATORI.
Senza l’energia, tutto questo sarebbe molto più difficile da sostenere. Le sanzioni hanno cambiato radicalmente le rotte del petrolio russo, ma non hanno fermato le esportazioni.
Nel primo semestre del 2025 Mosca vendeva ancora all’estero circa 4,3 milioni di barili al giorno di greggio e condensati. L’Europa ha ridotto gli acquisti e Cina e India hanno occupato gran parte dello spazio lasciato libero.
Nel 2025 petrolio e gas hanno portato nelle casse dello Stato circa 8.500 miliardi di rubli, anche se i ricavi erano inferiori di circa il 24% rispetto all’anno precedente. È questo flusso di denaro che continua a dare a Putin una parte fondamentale delle risorse necessarie per finanziare la guerra.
Ma sostituire l’Europa non ha reso la Russia più indipendente. Ha semplicemente concentrato la dipendenza su Cina, India e pochi altri compratori. I barili percorrono distanze maggiori, servono più intermediari e, soprattutto, chi compra sa che Mosca ha meno alternative rispetto a prima.
Per la Russia la Cina è ormai indispensabile. Per Pechino, invece, la Russia resta uno dei tanti fornitori disponibili.
Questa differenza pesa nelle trattative su prezzi, contratti e investimenti. Le sanzioni non devono necessariamente bloccare il commercio per avere un effetto. A volte basta ridurre il numero delle alternative.
4. LA RUSSIA VENDE IL GREGGIO ALL’INDIA. POI RICOMPRA IL CARBURANTE.
È qui che si vede quanto questa capacità di tenere in piedi il sistema stia costando alla Russia.
Gli attacchi ucraini hanno colpito ripetutamente le raffinerie russe e, in alcuni momenti del 2026, avrebbero interessato oltre il 30% della capacità di raffinazione operativa. Non serve distruggere un intero impianto: mettere fuori uso una componente critica può ridurre la produzione, mentre le sanzioni rendono più difficili e costosi i ricambi e le tecnologie necessari per ripararla.
Mosca, ancora una volta, ha trovato una soluzione. Se le raffinerie interne non producono abbastanza, può importare benzina e diesel, anche dall’India.
E qui nasce il paradosso: la Russia vende il greggio, le raffinerie indiane lo lavorano, incassano il margine della raffinazione e una parte del carburante finito torna poi verso la Russia.
Il sistema continua a funzionare. Ma ogni soluzione presenta un conto più alto della precedente.
C’è poi un problema logistico. La rete petrolifera russa è stata costruita soprattutto per portare greggio e prodotti raffinati dall’interno verso i mercati di consumo e di esportazione, non per ricevere grandi quantità di carburante nei porti e ridistribuirle in un Paese che attraversa 11 fusi orari.
Mosca può aumentare le importazioni, ridurre le esportazioni, utilizzare le scorte oppure contenere i consumi interni. Sono tutte soluzioni possibili, ma ognuna sposta il costo da una parte diversa dell’economia.
Ed è proprio per questo che la benzina indiana conta più dei volumi effettivamente importati. È il simbolo di un sistema che continua ad adattarsi, ma che per farlo deve usare più capitale, più logistica e affidarsi sempre di più a un gruppo ristretto di partner.
La Russia resta in piedi, ma la sua capacità di resistere presenta un conto sempre più alto.
Non dubito che Putin possa trovare altri modi per aggirare i problemi che emergeranno. La vera domanda è un’altra: quanta efficienza, capitale e autonomia economica dovrà sacrificare ogni volta per riuscirci?
Perché il punto non è più capire se la Russia può resistere. È capire quanto può permettersi di pagare per continuare a farlo.
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