Chi sopravvive alla crisi energetica europea – Articolo di Giacomo Prandelli

Chi sopravvive alla crisi energetica europea – Articolo di Giacomo Prandelli

Articolo di Giacomo Prandelli

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Introduzione di Maurizio Mazziero
Dopo l’invasione dell’Ucraina e le conseguenze di Hormuz, l’Europa si presenta frammentata sul tema dell’Energia.
Al momento gli USA stanno facendo affari d’oro con i terminali europei, ma nel contempo emergono nuove dinamiche.
Leggi nell’articolo di Giacomo Prandelli qual è il dividendo della Francia per una scelta fatta 50 anni fa e scopri perché non scelte (Italia) o scelte sbagliate (Germania) possano essere i semi di un ulteriore declino.
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Cari mercanti,

L’Europa gestisce l’energia in modalità guerra. Gli stoccaggi di gas sono al 31%, il livello più basso a inizio iniezione dal 2018. Il TTF viaggia intorno ai 45 euro per megawattora, con un premio bellico su ogni carico che passa a tiro dei missili da Hormuz. IEEFA prevede che gli USA forniranno il 66% del GNL europeo quest’anno, la concentrazione più profonda mai vista nel continente. Non è la fine della crisi, è il mezzo. E non colpisce tutti allo stesso modo.

Ogni paese ha sostituito la Russia in modo diverso

Nel 2020 il gas russo copriva il 40% della domanda europea, e tutti bevevano dallo stesso rubinetto allo stesso prezzo. Chiuso quel rubinetto, ogni paese si è arrangiato da solo, e le soluzioni non sono state uguali.

La Germania nel 2025 ha preso il 92,4% del proprio GNL dagli USA, la Grecia il 90, i Paesi Bassi il 76, la Polonia il 72. All’altro estremo Francia al 48, Italia al 47, Spagna al 45, Belgio al 37.

Aggiungici la Norvegia, che copre il 30% del gas UE contro il 24 del 2020, e i conti si fanno scomodi. Due fornitori, USA e Norvegia, valgono il 55% del gas europeo. Più concentrazione del pre 2022, quando la stessa dipendenza veniva chiamata emergenza. L’Europa non ha diversificato, ha solo cambiato padrone e ha cantato vittoria.

Il conto dell’industria e chi lo paga

Le aziende chimiche europee pagano tre volte il costo energetico americano e due volte quello cinese. Un impianto chimico è una bolletta della luce con macchinari attaccati: non è un problema di margini, è di esistenza.

 

Nella seconda metà del 2025 la Germania pagava oltre 22 centesimi al kWh, il 23% sopra la media UE e il 25% in più della Francia. Un impianto sul Golfo americano compra energia a 30 o 40 dollari al megawattora, un concorrente cinese a 50 o 70. Non si paga tre volte la bolletta dei rivali e si continua a fare chimica, acciaio o alluminio.

La migrazione silenziosa

Cefic conta 37 milioni di tonnellate di capacità chimica europea chiuse tra 2022 e 2025, il 9% della base in quattro anni, sei volte il tasso storico. BASF a Ludwigshafen ha spento un impianto di ammoniaca. Yara ha chiuso 400 mila tonnellate in Belgio e sospeso Ferrara. Speira ha spento l’alluminio primario di Rheinwerk. ArcelorMittal ha tagliato a Bremen e Asturias.

 

La capacità non è sparita, si è spostata. Sul Golfo americano costruiscono LyondellBasell, Sasol, Exxon e Chevron Phillips. SABIC, ADNOC e Sipchem si allargano in Medio Oriente. La Cina impila capacità carbochimica in Xinjiang.

Dopo la chimica, le raffinerie

Argus conta 400 mila barili al giorno di raffineria chiusi nel 2025, il 3% della base in un anno. Grangemouth, Wesseling, Gelsenkirchen, Livorno convertita a biocarburanti da ENI. Gli stessi tre paesi che perdono chimica perdono le raffinerie: energia in ingresso, margine in uscita. I barili che l’Europa non raffina più arrivano da Al Zour, Jazan, Duqm e Jamnagar.

 

La Francia si è svegliata, la Germania affonda

La Francia ha 61 GW di nucleare. Flamanville 3 aggiunge 1,6 GW e sei nuovi EPR2 sono annunciati a Penly, Gravelines e Bugey. Il Regno Unito costruisce Hinkley Point C e ha deciso Sizewell C. Svezia, Polonia e Repubblica Ceca hanno firmato nuovo nucleare.

Poi c’è l’altra Europa. La Germania ha 0 GW di nucleare, 8,1 GW smantellati tra 2011 e 2023. La Spagna prevede l’uscita completa entro il 2035. Il Belgio non costruisce niente.

La Francia vende ai propri industriali contratti nucleari di lungo termine intorno ai 70 euro al megawattora, meno di un terzo di quanto pagava un medio produttore tedesco sullo spot nel 2025. È il dividendo di una scelta fatta cinquant’anni fa.

 

I paesi che pagano di più perdono più industria. Nessuno la chiama crisi, perché non arriva coi titoli. Arriva con Ludwigshafen, Wesseling, Rheinwerk. Ogni trimestre un pezzo di vecchia industria si sposta sul Golfo, in Medio Oriente o in Cina. Ogni trimestre la Francia diventa strutturalmente più competitiva.

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Maurizio Mazziero
maurizio@mazzieroresearch.com

Fondatore della Mazziero Research, Socio Onorario SIAT (Società Italiana di Analisi Tecnica), esperto in materie prime, si occupa di analisi finanziarie, reportistica e formazione. Docente Academy Euronext Borsa Italiana, collabora con OROvilla e ABS Consulting. Coautore del libro “Le Mappe del Tesoro” e “Geopolitica delle Terre Rare”, ha scritto numerosi testi economico-finanziari, fra cui “Investire in materie prime” e “Guida all’analisi tecnica”. Ha pubblicato per quindici anni un Osservatorio sui dati economici italiani ed è spesso invitato come esperto di mercati ed economia a convegni, seminari e programmi radiotelevisivi.

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