21 Lug 3 stretti petroliferi sotto pressione: il mercato ha capito la gravità? – Articolo di Giacomo Prandelli
Articolo di Giacomo Prandelli
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Introduzione di Maurizio Mazziero
Finora si è parlato, e.. si continua a parlare di Hormuz, ma c’è anche Bab el Mandeb e poi il Bosforo
Le cose potrebbero peggiorare ulteriormente e i mercati non l’hanno ancora capito.
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113 anni fa Winston Churchill sosteneva che la sicurezza energetica dipendesse dalla diversificazione di fornitori e rotte. Nel giugno 2026 il mercato sembra aver dimenticato quella lezione: il Brent è tornato sui livelli precedenti alla guerra, la curva si è rilassata fino al contango e molti operatori hanno considerato concluso il premio geopolitico. Gli eventi dell’ultimo fine settimana hanno però riaperto il dossier in 3 aree contemporaneamente.
Lo Stretto di Hormuz ha registrato appena una manciata di transiti, nel Mar Rosso è cresciuta la minaccia contro le infrastrutture saudite e il terminale CPC di Novorossijsk ha sospeso i carichi dopo che 2 petroliere sono state colpite. Non si tratta più di valutare un collo di bottiglia isolato: 3 passaggi strategici sono sotto pressione nello stesso momento, mentre le alternative disponibili rischiano di essere compromesse insieme alle rotte principali.
Il mercato cartaceo aveva interpretato la riapertura di Hormuz a giugno come la fine del rischio bellico. In realtà era soltanto una pausa. Il Brent, sceso a 73,74 dollari il 23 giugno, è risalito verso 90 dollari, con punte intraday intorno a 92. Il WTI si muove attorno a 84,5 dollari. In meno di 1 mese il greggio europeo ha recuperato oltre il 20%, segnalando un rapido riprezzamento del rischio e non un semplice rimbalzo tecnico.
Anche la struttura a termine conferma la tensione. Lo spread Brent a 6 mesi, passato in lieve contango a -0,56 dollari il 3 luglio, è tornato in backwardation di circa 8-10 dollari, contro una normalità prebellica più vicina a 2-3 dollari. L’allargamento del differenziale Brent-WTI verso 6 dollari indica inoltre che lo stress si concentra soprattutto sui barili trasportati via mare, cioè quelli costretti ad attraversare passaggi obbligati.
- 1° fronte – Hormuz. Resta il punto decisivo, perché non esiste una vera alternativa. In condizioni normali vi transitano circa 20,3 milioni di barili al giorno, quasi il 30% del greggio marittimo mondiale, oltre a circa 1/5 del GNL globale. Nel fine settimana i passaggi sono scesi a poche unità al giorno, contro 125-140 prima della guerra. Anche il traffico di GNL si è quasi fermato. Lo stretto non deve essere formalmente chiuso: bastano premi assicurativi, rischio di attacchi e timore degli armatori per produrre una chiusura di fatto.
- 2° fronte – Bab el-Mandeb. Al momento non risulta un blocco dei flussi, ma le minacce degli Houthi contro impianti e infrastrutture saudite cambiano la valutazione del rischio. Attraverso il Mar Rosso transitano normalmente 4,2-4,9 milioni di barili al giorno. Il problema è che Yanbu rappresenta anche la principale via di fuga saudita da Hormuz e gestisce circa il 75% delle esportazioni del Regno. Se venisse colpita la rotta del Mar Rosso, il bypass verrebbe neutralizzato insieme al passaggio principale.
- 3° fronte – Mar Nero. Il terminale CPC, da cui partono circa 1,5-1,6 milioni di barili al giorno, ha fermato i carichi dopo gli attacchi a 2 navi. Quei volumi devono attraversare il Bosforo: non esiste una deviazione immediata per il greggio della regione.
La conclusione è semplice: il rischio dei chokepoint non è un picco isolato da vendere appena riapre una rotta. Quando più stretti si inceppano nello stesso momento, il mercato tende a sottovalutare la fragilità del sistema. Il premio geopolitico è tornato, ma le posizioni speculative sono già molto rialziste: conferma della tensione reale e, nello stesso tempo, possibile fonte di violente liquidazioni.
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