Austerità e protezione sociale: i nodi vengono al pettine

Austerità e protezione sociale: i nodi vengono al pettine

Questo commento è stato pubblicato nell’Osservatorio sul Debito Pubblico per il primo trimestre 2012. L’abbiamo riportato nel blog per dare maggior risalto a questo tema importante.

“Tenetevi la vostra ricompensa”, rispose il pifferaio con un senso d’orgoglio.
“Se non mi pagate voi, mi pagheranno i vostri eredi.”
Dopo aver detto questo, tirò giù il suo cappello fino agli occhi,
ed uscì dal paese senza parlare con nessuno.
Quando la gente di Hamelin sentì com’era finita la faccenda […] risero del pifferaio.
Ma ciò che li fece ridere più di ogni altra cosa
fu la minaccia di farsi pagare dai loro eredi.
“Ecco! Magari avessimo sempre e solo creditori di questo genere.”
Il Pifferaio di Hamelin (versione di M. Charles Marelles)

È buon senso affermare che chi è abituato a godere un certo bene o servizio non facilmente accetterà di farne a meno. Pensiamo alla nostra vita quotidiana: qualcuno di noi sarebbe disposto a vivere senza una macchina, senza un letto su cui dormire, o senza l’acqua potabile che arriva ogni volta che apriamo un rubinetto? Questi tre esempi sono cose relativamente banali per una persona che risiede in Italia nel 2012, eppure, se consideriamo il tenore di vita della maggior parte degli umani sul nostro pianeta, sono da considerare dei lussi non di poco conto.

Questi lussi, insieme a molti altri, sono possibili nei paesi sviluppati perché per molti anni la nostra società è stata capace di risparmiare e investire, migliorando le nostre infrastrutture e, di conseguenza, aumentando il benessere. Questo è un ciclo virtuoso in cui il risparmio finanzia l’investimento, che a suo turno genera più ricchezza e così via. C’è stato un momento, però, quando non bastava più l’accumulo lento guidato da quel ciclo virtuoso: da un ruolo di secondo ordine, lo Stato è intervenuto per migliorare le “prestazioni” della nostra economia. Come si vedrà, queste prestazioni consistevano (e consistono tuttora) in welfare, ovvero la ridistribuzione della ricchezza prodotta nella sfera privata. A livello macro, il discorso è molto chiaro se consideriamo la Figura 1 dove si vede l’evoluzione della spesa pubblica in percentuale del Pil in Italia. Il superamento del 50% è avvenuto a metà degli anni ’80 ed è rimasto a livelli elevati da quell’epoca in poi. È altrettanto evidente che il fenomeno è diffuso in tutta l’Europa.

Figura 1: Spesa pubblica in percentuale del Pil

(Fonte: La Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia, Anni 1862 – 2009: Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato)

L’aumento massiccio del peso dello Stato nel Pil è la conseguenza soprattutto di una politica di “protezione sociale”, una voce che comprende i pagamenti che avvengono con lo scopo di “programmare” il benessere del paese. Si vede nella Figura 2 che questa voce supera facilmente l’insieme della spesa per difesa, istruzione, sanità e ordine pubblico e sicurezza.

Siccome la voce “protezione sociale” pesa così tanto nella spesa dello Stato, è legittimo domandarsi, prima di esaminare tutte le altre voci, in che modo dovrebbe essere tagliata. La ragione è che un taglio nell’ordine del 25% rivolto a questa grandissima spesa conterebbe molto di più rispetto a un taglio del 50% nei confronti di qualunque delle altre voci.

La riforma Fornero

Chiaramente, un taglio alla spesa per la protezione sociale è ultimamente sulle labbra di tutti a causa della riforma Fornero che cambia in maniera sensibile il sistema pensionistico italiano. È il parere di chi scrive, però, che la riforma Fornero è interessante soprattutto per quello che non fa: se si esclude la mancata rivalutazione, solo per gli anni 2012 e 2013, delle pensioni superiori a 1.400 euro al mese, la riforma non tocca le prestazioni di chi già percepisce una pensione.

Di fatto, la riforma consiste quasi interamente nel peggioramento progressivo delle prestazioni pensionistiche per chi deve ancora andare in pensione; più tempo manca all’età di pensionamento, peggio saranno le condizioni.

Figura 2: Divisione della spesa pubblica per funzione

(Fonte: La Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia, Anni 1862 – 2009: Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato)

Consideriamo le prospettive per un lavoratore nato nel 1980: dovrà lavorare quasi fino a 70 anni con un sistema contributivo che si adegua automaticamente all’eventuale allungamento delle speranze di vita. Questo significa che ci sarà un abbassamento graduale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo (in parole povere, si avrà una pensione più magra). Dovrà lavorare per quasi 10 anni in più rispetto a chi è andato in pensione solo qualche anno fa, accettando il sistema contributivo che è assai meno generoso rispetto al sistema retributivo goduto dai pensionati attuali.[1]

Figura 3: Il rapporto tra età di pensionamento e prestazione (% del reddito da lavoratore) in un sistema sostenibile.

(Fonte: OCSE (2011), Pensions at a Glance 2011: Retirement income Systems in OECD and G20 Countries (Fig. 1.8 – pag. 35))

Alla luce di questi fatti, non è un’esagerazione affermare che l’unico vero principio sottostante il sistema pensionistico italiano è:

Chi primo arriva, meglio alloggia.

Gli studi OCSE[2] hanno mostrato chiaramente che per essere sostenibile, un sistema pensionistico che permette il pensionamento a 60 anni non dovrebbe garantire una retribuzione superiore al 50% del reddito del lavoratore (si veda la Figura 3). Dovrebbe essere chiaro, quindi, che la riforma attuale scarica quasi interamente il costo delle prestazioni insostenibili garantite ai pensionati attuali sui lavoratori giovani.

È sorprendente che un governo tecnico, incaricato di “salvare” l’Italia attraverso riforme di difficile attuazione per un governo eletto democraticamente, abbia scelto una riforma delle pensioni così squilibrato. In fondo, la scelta nasconde un espediente politico importante: non toccare troppo un tema veramente caro alla popolazione. Impostare una riforma giusta, che spalmava il costo tra pensionati attuali e futuri, avrebbe avuto una conseguenza molto importante: un taglio immediato al reddito di milioni di pensionati, e questo avrebbe generato la disapprovazione dell’elettorato.

Tabella 1: Il rapporto tra lavoratori e pensionati in Italia

(Fonte: Elaborazione dell’autore su dati ISTAT e INPS)

Questa disapprovazione avrebbe aumentato notevolmente la possibilità che le prossime elezioni avessero le pensioni come tema principale. Infatti, la riforma Fornero non può essere vista come una forma di austerità, perché di fatto non cambia molto la spesa prevista nel breve-medio termine per le pensioni.

Il perché di questa scelta del governo tecnico diventa evidente quando si analizzano i dati delle persone direttamente interessate all’evoluzione del sistema pensionistico (si veda la Tabella 1). Le pensioni previdenziali vengono percepite da 14,4 milioni di persone, mentre altre 9,8 milioni di persone sono lavoratori con più di 45 anni (e che quindi sono più vicini all’età di pensionamento). Questo blocco di circa 24 milioni di elettori è molto più grande rispetto ai circa 13 milioni di lavoratori che hanno meno di 45 anni. Sono state escluse le “altre” pensioni, sebbene si tratti di prestazioni pagate a più di 4 milioni di persone.

Come osserva Schneider nel suo studio[3]: “Siccome una riforma delle pensioni impone un costo diretto sui beneficiari dello status quo, mentre offre solo un beneficio nel lontano futuro per il resto della cittadinanza (cioè, un sistema pensionistico sostenibile), è raramente desiderato dall’elettore medio.” La riforma Fornero taglia la testa al toro, troncando i benefici futuri per preservare un equilibrio nel presente.

Figura 4: Scenario nazionale base: Spesa pubblica complessiva per pensioni, sanità, LTC (% del Pil)

(Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario – aggiornamento 2011.)

Il prossimo capitolo

Intanto, anche se la riforma delle pensioni venisse accettata così, un nuovo problema di spesa pubblica si profilerebbe già all’orizzonte: l’aumento del costo della sanità e del long-term care (LTC – ovvero, la spesa legata al mantenimento di persone non più autosufficienti a livello di attività quotidiane). Come mostra la Figura 4, un calo del costo delle pensioni viene almeno parzialmente compensato dall’aumento della spesa per la sanità e LTC. La Figura 4 non tiene in considerazione l’effetto della riforma Fornero, ma tuttavia è interessante considerare l’evoluzione possibile della spesa per la sanità e LTC. Ricordando il principio identificato nel sistema pensionistico (chi primo arriva, meglio alloggia), sarà curioso vedere se un’eventuale riforma del sistema sanitario in futuro garantirà prestazioni di un certo tipo per chi è già anziano, ma allo stesso tempo un calo di tali prestazioni per chi sarà anziano solo qualche decennio più tardi.

Un cambiamento di filosofia

Torniamo a pensare al lavoratore nato nel 1980 di cui si è parlato precedentemente. Il “sacrificio” imposto a questo lavoratore probabilmente ha già raggiunto (se non superato) il limite di ciò che gli si potrà far “digerire”, per il semplice motivo che verrà meno la volontà di versare contributi gravosi per avere in prospettiva un ritorno sui versamenti effettuati di appena 9 anni (per gli uomini) o 15 anni (per le donne) in funzione alle aspettative di vita.[4] Con questo discorso, si vuole far riflettere sull’effetto della pressione fiscale sui lavoratori: se non riescono più a percepire un beneficio dalle tasse pagate e contributi versati (l’insieme di queste due voci forma ciò che viene nominata “pressione fiscale”), gli incentivi a lavorare calano notevolmente. In termini di teoria economica, si invitano i lettori a considerare la Curva di Laffer che stabilisce il rapporto tra pressione fiscale e incentivazione all’attività economica. L’attuale cura Monti/Fornero, che consiste nel peggioramento delle condizioni per i lavoratori e l’aumento della pressione fiscale, rischia di aumentare proprio quei fenomeni, come l’evasione fiscale, il cui contrasto è, secondo il governo, tra le soluzioni principali alla crisi. È chiaro che l’economia può ripartire solo attraverso gli imprenditori e i lavoratori: le stesse categorie che vengono sacrificate sull’altare delle pensioni insostenibili.

Siccome i trattamenti pensionistici promessi 30 anni fa si stanno rivelando un fardello che difficilmente lo Stato sarà in grado di gestire senza peggiorare ulteriormente il profilo economico dell’Italia, è lecito domandarsi se uno Stato debba essere coinvolto direttamente nella previdenza per i lavoratori. Creare delle aspettative nella popolazione sul fatto che “lo Stato penserà alla propria pensione” toglie un importante incentivo al risparmio privato e crea la tentazione per i politici di spendere oggi e lasciare le conseguenze a chi viene dopo. Dovrebbe essere chiaro che la creazione del debito pubblico esaminato in questo quaderno trova una delle sue cause principali in questa propensione politica.

È opinione di chi scrive che, a parte la protezione sociale a chi ne ha veramente bisogno, la previdenza dovrebbe essere gestita dai singoli lavoratori, a patto di creare delle strutture che permettano di risparmiare e investire in una maniera fiscalmente agevolata. Se, come sembra, la volontà di riformare veramente il sistema pensionistico resta carente, il costo di questa mancanza potrebbe rivelarsi molto elevato in un futuro non tanto lontano.

[1] Dati UE per il 2004, come riportati in: Schneider Ondrej: Reforming Pensions in Europe: Economic Fundamentals and Political Factors (CESIFO Working Paper No. 2572 – March 2009). Nel 2004, l’età effettiva di pensionamento in Italia è stata di 60,4 anni (uomini) e 60,9 anni (donne), mentre le prestazioni equivalevano all’88,8% del reddito del lavoratore.

[2] OCSE (2011), Pensions at a Glance 2011: Retirement income Systems in OECD and G20 Countries (pag. 35).

[3] Schneider Ondrej: Reforming Pensions in Europe: Economic Fundamentals and Political Factors (CESIFO Working Paper No. 2572 – March 2009), pag. 8.

[4] ISTAT: la speranza di vita per gli uomini nel 2011 è di 79,4 anni, mentre per le donne è di 84,5 anni.

Bibliografia

Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato: La Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia, Anni 1862 – 2009

Il Sole 24 Ore (17 maggio 2012): Sportello Previdenza

INPS: Rendiconti Generale dell’anno 2010 (Tomo primo)

Lavoce.info (6 febbraio 2012): Riforma delle pensioni e fattore anziani al lavoro

Ministero dell’Economia e delle Finanze: Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario – aggiornamento 2011.

OECD (2011), Pensions at a Glance 2011: Retirement income Systems in OECD and G20 Countries, OECD Publishing.

Schneider Ondrej: Reforming Pensions in Europe: Economic Fundamentals and Political Factors (CESIFO Working Paper No. 2572 – March 2009)

 

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Andrew Lawford
andrew@mazzieroresearch.com
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